Questo è il primo (-ino) pezzo un anno e sette mesi. Dopo la lunga degenza, finalmente gli ultimi tre in libertà e gioia con gli amici, a mettere a posto la mia casa e a pensare. Voi sapete che sono, e qui tornerò a scrivere :)
Ci vediamo il 25 gennaio alle 18 a Milano
con Laura Cappon, Samuel Chu, Fabrizio Coppola, Gianluca Costantini ed Elettra Stamboulis
Perché il dissenso è importante? Perché è un diritto che va garantito?
Che ruolo gioca nella crescita dei cittadini e nella loro partecipazione alla vita pubblica?
E perché lo spazio per il dissenso viene ridotto, o addomesticato, o è di fatto diseguale? Perché è importante garantire uno spazio per il dissenso, e prevederlo anche quando non viene utilizzato? Perché ovunque nel mondo viene spesso ridotto a una questione di ordine e sicurezza, regolato con strumenti pressoché simili e ridotto a scontro fra parti? Perché è importante avere informazioni per elaborare un dissenso? Cosa esprime il corpo nel dissenso, e con quali limiti? Cosa cresce nell’incontro di coloro che dissentono? Cosa rischia chi dissente? Cosa nutre il dissenso? Come si passa dal dissenso al progetto? Quali sono le sfide e le differenze culturali? Un vero dissenso è possibile in Italia? E infine, affinché il dissenso produca cambiamento, perché è importante che si trasformi in un linguaggio di arte e bellezza?
Nel dodicesimo anniversario della rivoluzione egiziana, abbiamo deciso di portare in un luogo pubblico, la Casa dei Diritti di Milano, una conversazione che parte sì dal mio libro ma che in tanti modi facciamo spesso fra di noi, e che – dal Perù ai muri del Senato alle strade delle donne di Teheran che domani toccano i 120 giorni – ci sembra molto attuale. Con l’esperienza, l’arte e la scrittura di Laura Cappon, Fabrizio Coppola, Gianluca Costantini, Samuel M Chu ed Elettra Stamboulis.
Vi aspettiamo mercoledì 25 gennaio alle 18 alla Casa dei Diritti di Milano in via De Amicis 10, vicino alle Colonne di San Lorenzo (tram 3 e bus 94).
A domani!
Marina
PS io avrò con me alcune copie di “Canto la piazza elettrica” e alla libreria Verso, proprio dietro l’angolo, troverete copie di “Patrick Zaki - una storia egiziana” e di “Human Rights Portraits”.
Un anno fa, dopo dieci anni di lavoro sulla rivoluzione egiziana, usciva “Canto la piazza elettrica”. L’emozione di tenerne in mano la prima copia – quella nella foto – è stata perfino più forte che con i miei libri precedenti. Per essere riuscita a creare un testo di giornalismo narrativo costruito come un canto (Giuseppe Genna lo ha definito un “poema–reportage”), per il lavoro editoriale che ha concluso la scrittura, per il talento e la gioia delle persone che mi hanno aiutato a dargli l’aspetto e la sostanza che ha oggi, per l’avventura potentissima di pubblicarlo in modo indipendente. È stata finora un’esperienza stupenda, grazie ai tanti di voi che ne hanno acquistato una copia (per chi volesse regalarlo per Natale, qui tutti i modi per ordinarlo) e ai bellissimi incontri per presentarlo, come al festival del giornalismo di Perugia. Non sapevo che il suo cammino avrebbe coinciso con l’anno più strano per me sui social. A febbraio, quando è stata attaccata l’Ucraina ed è cominciata la guerra, in pochi giorni ho deciso di smettere di fare il mio consueto lavoro su Twitter di ricerca, smistamento e verifica delle fonti (cominciato appunto con la rivoluzione egiziana e proseguito negli anni su molte storie diverse): il rumore di fondo e la spinta dei vari tipi di propaganda non avevano precedenti e rendevano quel lavoro impossibile. Il silenzio mi sembrava una testimonianza più onesta, mentre molto buon lavoro veniva fatto sul campo.
Ho ripreso a twittare e postare soltanto ad aprile, quando Alaa Abd El Fattah ha cominciato il suo digiuno in carcere, e per tutto l’anno mi sono occupata quasi solo di quello, citando il libro molto poco. Ma se volete saperne di più di lui e di altre persone straordinarie e di come siamo arrivati fin qui – proprio oggi, all’indomani di #COP27, il Parlamento europeo discute una nuova risoluzione sui diritti umani in Egitto – il libro contiene esattamente questa memoria. Oggi mi pare ancora più giusto tenere viva la traccia di chi nel 2011 ha preso la parola con una potenza straordinaria e ha occupato lo spazio pubblico in un modo che guardava lontanissimo e ci riguardava tutti – un modo che non abbiamo ancora saputo raccogliere.
Il prossimo sarà per me un anno molto diverso. Con “Canto la piazza elettrica” lo comincerò il 25 gennaio – anniversario della rivoluzione – con un evento speciale a Milano. Intanto voglio dirvi grazie – senza amore, i libri non vanno lontano, e voi avete dato senso a tutto.
Gli abitanti del varco temporale
Su "Milano Off - 1980-198X - racconto imperfetto di una città invisibile", curato da Stefano Ghittoni, edizioni Milieu
Di questo suo progetto, Stefano Ghittoni mi aveva parlato per la prima volta un giorno d’inverno del 2019, al Museo del Novecento, mentre aspettavamo il concerto di Cesare Malfatti con le macchine futuriste intonarumori. Poi c’è stata la pandemia e non ne ho saputo più nulla. Però lui sapeva bene che mi sarebbe piaciuto, e infatti io l’ho aspettato da allora. Ora che è uscito, ho avuto solo un lapsus rivelatore quando ho visto il sottotitolo: invece di “una città invisibile”, per un attimo ho letto “una città invivibile”.
Stefano è musicista, produttore, sound designer, dj e molte altre cose. Il suo “Comizi d’amore” su Radio Popolare è un’opera d’arte. Non mi stupisce che sia proprio lui, con uno sforzo benevolo, quasi materno, a comporre questo collage di mini-autobiografie che raccontano com’era Milano nella prima metà degli anni Ottanta. Non solo qui la politica si fa arte e viceversa, ma una delle chiavi è che i protagonisti, allora molto giovani e spesso senza una lira, erano in cerca di un modo per collocarsi nel mondo senza dipendere dal mercato del lavoro, e si domandavano come strutturare la propria vita “prima che le istituzioni mi dicano che non servo, o non servo più”.
Ora che Milano è diventata a colori, e si è compiuto un decennio che potremmo definire di pace laboriosa, riaffiorano molte contraddizioni. Il complimentarsi per le cose buone fatte fin qui ha fatto il suo tempo. Da un po’ sento il bisogno di una lettura obliqua della città, irriverente, realistica, ma anche trasformativa, che ci strappi al didascalismo degli slogan, alle letture univoche. Rievocando il passato, le voci di Milano Off (voci, sì – quanta radio in questo libro!) illuminano di nuovo il carattere più profondo della città.
Leggendo i racconti che Ghittoni ha chiesto ai suoi compagni di avventure, si sentono le strade vibrare ancora dell’esperienza civile di Bianciardi (che gioiello fulminante, l’epigrafe di questo volume…) e in particolare in quello che da 25 anni è il mio quartiere, si svela daccapo una mappa di strati da interpretare, successiva a quella dei banditi e delle taverne popolari, dell’avanspettacolo e del cabaret, certo meno romanticizzata delle storie della Ligera – una vera storia di controcultura europea dalla quale, chi prima chi poi, siamo sbocciati tutti.
Per pura fortuna ho abitato per 17 anni alle spalle di piazza Sant’Eustorgio. Sono arrivata che la fiera di Senigallia (completa di spacciatori) era ancora alla Darsena, che la birra si beveva in mezzo alla strada al Bar Rattazzo, ma in Corso di Pta Ticinese stavano già sparendo tutti i negozi di quartiere - cioè, stavano sparendo gli abitanti. Subito mi sono trovata immersa nell’assenza lasciata dalla libreria Calusca, che ancora oggi aleggia, come un fantasma degli invincibili desideri, sui franchising di scarpe e i ristoranti All You Can Eat. Mentre disfavo gli scatoloni, Primo Moroni era malato e sarebbe morto la primavera successiva.
Ancora oggi che da otto anni vivo poche centinaia di metri più a sud, si può dire che il mio mondo urbano – la città a 15 minuti, direbbe qualcuno – stia intorno alla linea che si tende fra il Gratosoglio, Chiesa Rossa, Stadera – ma anche tra la sala prove al Jungle e gli studi Regson di via Ludovico il Moro, dove ho passato giornate a sentir registrare dischi eroici col tram numero 2 che sferragliava sul Naviglio fuori dalla porta – fino a via Scaldasole e le Colonne. In fondo, le mie strade (assediate dalla gentrificazione) stanno fra la primissima libreria Calusca e quella che fu l’ultima libreria Calusca – il centro sociale COX18 in via Conchetta, a cinque minuti dal mio portone, un posto ancora vivissimo, dove sta l’archivio di Moroni, si fanno esperienze comunitarie importanti e proprio Stefano mette ancora i dischi – niente male per una libreria che non esiste più.
Quando ancora non abitavo nel quartiere - nata a Città Studi ma cresciuta in provincia - la prima volta che vidi suonare proprio Stefano e Tiberio con i Peter Sellers & the Hollywood Party fu rientrata da Dublino, al vecchio cinema Alcione in piazza Vetra, che era dismesso da dieci anni e ora occupato, forse prima che venissero erette le cancellate con i fari sempre accesi contro i “marocchini” che spacciavano sul perimetro del parco. Sventrato l’Alcione, per molto tempo al suo posto ci sarebbe stata una grande sede dell’Esatri, una buona metafora della Milano pre-2011 e, temo, un monito per il futuro se non ci stiamo attenti, perché la naturale entropia non porta mai a sedi Esatri che diventano cinema – sempre l’opposto.
Poco più in là, in via Castelbarco, al posto del cinema Cristallo si sarebbero poi succeduti locali per i concerti, sconfitti da un supermercato soltanto dopo molti anni. L’Alcione invece non ce l’avrebbe fatta. Erano i suoi ultimi giorni di occupazione (credo nel ‘91) e in quella sola serata ci vidi i Peter Sellers, i Carnival of Fools, i Ritmo Tribale e gli Afterhours, e incontrai vari membri dei Casino Royale. Cercavo lì il fermento che avevo vissuto all’estero, ma adesso che l’avevo trovato nella mia città, mi sentivo una turista, arrivata sulla coda di una festa che era stata anche un gioco di specchi con Londra e Berlino, ma che stava finendo o mutando. Tutti mi sembravano così sofisticati, originali, esperti. Faticavo a leggere i segni, anche se mi entusiasmavano. In nessun’altro periodo avrei più provato un simile sfasamento, la sensazione di essere troppo piccola, troppo giovane, arrivata troppo tardi per un soffio. Per anni sarei passata davanti al vecchio indirizzo dell’Alcione chiedendomi se quella notte me la fossi sognata. In seguito mi sarei vissuta in pieno la scena italiana degli anni Novanta, ma quello che Milano Off racconta è proprio un crinale fra due momenti diversi, l’uno che partorisce l’altro.
Sarà che noi siamo arrivati tardi su tutto. In provincia, ancora con l’apparecchio ai denti, mi ricordo che ascoltavamo a bocca aperta un bassista in cantina che ci raccontava aneddoti del Virus di via Correggio. Fra noi e Milano c’erano impenetrabili blocchi di nebbia che avvolgevano Monza, Cinisello, Sesto San Giovanni, e rendevano infinite le distanze. Come ricorda qui il caro Fred Ventura, Milano era “una città cupa e violenta”, e io me la ricordo anche buia e annerita dallo smog. Come tanti rimarcano qui, era avvolta dalle ombre, non solo quelle della lotta armata e della criminalità, ma quella dell’eroina. Francesco Frongia dell’Elfo ricorda che al contrario delle altre città europee, nell’82 Milano non aveva ancora i mezzi pubblici la notte: raggiungere un concerto e abbracciarsi poteva diventare un’impresa.
Oggi è quasi come se fossimo coetanei, ma in realtà i miei anni Ottanta e quelli di Stefano combaciano solo per un soffio. Quando Stefano ha 19 anni, nel 1980, io ne ho 13. Significa che lui attraversa gli anni Ottanta ad occhi aperti (e qui intervista anche diversi suoi “fratelli maggiori”, nati fra il ‘56 e il ‘62), mentre io non colgo nemmeno l’esperienza delle case occupate. Vedo per miracolo i Clash al Vigorelli due giorni prima di compiere 14 anni. Quando finalmente arrivo al liceo a Milano, quel momento sta già finendo. Ai 18 anni ci arrivo proprio nell’85, quando la storia di Milano Off si esaurisce e molto del punk e della new wave si sta stemperando nel mainstream.
Solo un pugno di anni dopo le scorribande di questi narratori al Plastic con Elio Fiorucci e Grace Jones, quelli come noi caduti negli anni Ottanta con tutte le scarpe senza l’appiglio della fine degli anni Settanta potevano ancora passare le notti nel traffico verso viale Corsica fra un concerto al Rolling Stone, ballare al Plastic e placare la fame chimica al camion dei panini unti sullo spartitraffico di viale Umbria – ma di certo non parlavano più di controcultura, e troppo poco di punk. Quella differenza era fondamentale perché tradiva anche scollamenti di classe sociale, aspirazioni confuse o deluse. Alberto Rossetti ricorda di aver avuto lo stesso problema un poco prima, “troppo giovane per il ‘68 e troppo vecchio per il ‘77”. Per dire della potenza di quella breve differenza d’età, Rossetti e Rumi ricordano una Radio Popolare che io ho mancato per un soffio, anche se poi avrei trasmesso ogni giorno dai suoi microfoni per 25 anni. È proprio Paolo Rumi (e non è l’unico) a usare qui il concetto di “varco temporale”. I narratori di questo libro sono, quindi, “gli abitanti del varco temporale”.
In Milano Off, la forma esprime il contenuto quasi alla pari del testo. Un’idea di collage, le straordinarie fotografie in bianco e nero, gli spazi vuoti, l’artigianalità dell’impronta, l’impaginazione da vecchio ciclostilato, gli accostamenti, gli appunti di Giacomo Spazio per un documentario mai realizzato, le “facce da festa” di Studio Azzurro. Stefano dice di una “Milano raccontata collettivamente”, e infatti qui da ogni minimo aneddoto individuale scaturisce una molteplicità, perfino nelle storie sentimentali, le coppie, gli innamoramenti, i fidanzamenti, le convivenze, i coming out. C’è la Tape Art di Stefano Galli, i collage di Pipoli, i concerti negli anni dei missili a Comiso, Ivan Cattaneo che sembra balzare fuori dalla pagina (basterebbe la scena formidabile con la sciura a cui chiede indicazioni alla fermata dell’autobus), e ancora, gli straordinari ricordi di Lucy Lo Russo delle case occupate di corso Garibaldi, Klara Lux che racconta l’esperienza con le Clito, il collettivo Stadera nel racconto di Mario Zerbini, il Gratosoglio che prende vita nelle parole di Maurilio Brini, lo stupendo racconto di Raffaella Riva e Patrizia di Malta del loro incontro e del Gruppo Italiano. Non ultima, e rara, un’impressione corale di una lingua italiana potente e brillante, quella di chi, da qualunque strato sociale venisse, amava la musica, i libri, la poesia, il teatro, il cinema, e ha costruito la propria lingua, e spesso la propria vita, partendo da lì.
Milano Off riesce ad afferrare per un attimo la farfalla meravigliosa senza sciuparle la polverina sulle ali. Nel ‘90 muore, di AIDS, Keith Haring, che al Plastic amava ballare sulle musiche scelte da Nicola Guiducci. È proprio Guiducci a dire dell’affettuosità con cui Stefano lo ha spinto a scrivere, e questa affettuosità credo sia il segreto del libro. Sorprendentemente poco nostalgici anche quando ne avrebbero ben donde, omettendo amarezze e rancori, gli abitanti del varco temporale parlano ancora con grande consapevolezza. Quello che hanno creato e tentato nella Milano più cupa di sempre riempie queste pagine di arte e di amore. E Milano Off riesce a essere libro del presente perché svela – benché fra divertimento, sperimentazione, follia, gioventù – quante intuizioni serie sul futuro quel momento contenesse.
La compiacenza, la stasi, il conformismo, non fanno bene alle città. Milano ha bisogno di arte, arte, arte – di arte viva, di arte dal basso, di arte che appartenga al nostro tempo, e anche, sì, di arte contro. Ha bisogno di scrollarsi di dosso il didascalismo della politica e di schiudersi in spazi dove chi è giovanissimo possa farsi spina nel fianco, dove dare un senso al sentirsi fuori posto, dove sviluppare un racconto. E sapendo quale fase sta attraversando il mondo, non viene strano immaginare nuove transizioni, un nuovo “varco temporale”, vero? Forse avevo letto male e in quel sottotitolo c’è scritto “una Milano irripetibile”. Ma io spero tanto di no.
("Milano Off - 1980-198X - racconto imperfetto di una città invisibile", a cura di Stefano Ghittoni, edizioni Milieu, 22 euro)
Perché andrò a votare
Hanno speranza persone e comunità a cui è stato davvero portato via tutto – chi siamo noi per non avere più speranza?
Mi costa, scrivere questo. Perché pure io sono arrabbiata e schifata dallo scenario politico in cui ci tocca pescare qualcuno o qualcosa da votare. Però guardate, questi fascisti che vorrebbero prendersi il Parlamento (e ai quali abbiamo già dato parecchi aiutini per arrivarci) nello sconforto degli elettori sguazzano come in un brodino tiepido.
Le questioni sono le stesse in tutto il mondo, difficili come può essere difficile la fine di un’epoca. Enormi, a volte paralizzanti: come si cambia strada? Come si ricostruisce il lavoro con i suoi diritti? Come si restituisce dignità alla cultura e allo studio? Come si pulisce un mondo avvelenato? Come si mette fine a sistemi violenti e colonizzanti? Come ci si toglie - paesi e persone - il patriarcato dall’anima? Come si fa spazio per tutti senza che nessuno si senta minacciato? Come si rallenta? Come si cambia idea di progresso? Come si ascolta davvero chi è inferocito e smarrito? Come si toglie dalle spalle dei singoli l’onere di guarire da una depressione che in realtà è collettiva? Come si trasforma la propria rabbia in energia? E come si fa a campare ogni giorno riuscendo pure a levare lo sguardo quel tanto che basta per dire la propria e contribuire alla conversazione pubblica?
Continuo a pensare a una cosa che ha detto Damon Albarn dei Blur. Dice che a lui la vittoria di Brexit ha messo non rabbia ma tristezza, perché è stata il suggello di un desiderio collettivo di estinzione, come assistere a un suicidio nazionale di massa. Io questa pulsione di morte la vedo e la sento ovunque. Il lavoro di questa particolare marca di fascisti, dagli Stati Uniti all’Ungheria, è proprio quello di fornire agli elettori un pacchettino di risposte tarocche ad angosce vere e inascoltate. Eccola, la fine della storia, l’inutilità della pace, la delega di morte.
Eppure, minuscole erbe verdi spuntano fra la sterpaglia, e noi non possiamo vivere senza speranza. Hanno speranza persone e comunità a cui è stato davvero portato via tutto – chi siamo noi per non avere più speranza? Accadono cose incredibili, idee meravigliose spuntano ovunque – chi siamo noi per dire che non può più accadere?
La speranza è l’unico modo in cui possiamo riparare i legami sociali che questi fascisti devono distruggere per potersi riprodurre. La strada è lunga, per uscire dalla politica-marketing e creare qualcosa che perfino nel farsi, prima ancora di pensare a vincere, ci unisca e ci guarisca. In Georgia ci sono migliaia di giovani afroamericani che vanno di casa in casa per spiegare alle persone che devono prendersi, o riprendersi, il loro diritto di voto. Ecco, il lavoro di questa particolare marca di fascisti è dirci che sperare non serve, rivoltarsi non serve, amare e aiutarsi non serve, e che non serve votare, a meno che - magìa - non votiamo per loro.
Allora andiamoci, a votare. Anche se dovesse diluviare, andiamo a votare. Anche se le gambe non vanno ed è l’ultima cosa che vorremmo fare, andiamo a votare. Anche se perderemo, andiamo a votare. Anche se ci sembra di non crederci più, andiamo a votare. Troviamo quella persona, ne basta una, di cui ci fidiamo - se possiamo una donna, un giovane, una persona di cui conosciamo il lavoro sul territorio – e due o tre punti di un programma elettorale che per noi sono profondamente importanti, e andiamo a votare. Cerchiamo, dove possibile, di mandare anche un messaggio, di rendere chiara la nostra intenzione. E ricordiamoci che, anche se ci pesa, la politica è fatica e non finisce col voto, soprattutto alla fine di un’era, e che se andiamo a votare col cuore dolente non vuol dire che non sia importante. Forse stavolta lo è più che mai, prima che provino a toglierci anche questo.
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